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GIRASOLE ALTOLEICO: QUANDO LA CRESCITA E’ SOSTENIBILE

A Olio Officina Festival ASSITOL e il Gruppo Tampieri, azienda faentina degli oli vegetali, hanno raccontato il modello di sostenibilità che ruota intorno a questa coltura, basato su tracciabilità, tecnologia e agricoltura di precisione. Per queste ragioni, il “nuovo” girasole sta conquistando il comparto dei semi oleosi.

L’olio di girasole altoleico non è una moda, ma una realtà in crescita, che può rappresentare un modello di business da rafforzare e imitare. ASSITOL, l’Associazione Italiana dell’Industria olearia, con il presidente del Gruppo oli da semi Carlo Tampieri, in occasione di Olio Officina Festival, la manifestazione milanese dedicata al mondo dei condimenti, hanno raccontato il modello di sostenibilità che ruota intorno a questa coltura.

Il girasole altoleico rappresenta una varietà della pianta di girasole, ma con un contenuto di acido oleico superiore all’80%. Questo grasso monoinsaturo di cui è ricco, per esempio, l’olio d’oliva, è invece piuttosto basso nell’olio di girasole convenzionale, ed è consigliato per le sue qualità salutistiche e per la resistenza alle alte temperature. “Questa coltura è una delle grandi novità nel panorama agroalimentare – ha spiegato Carlo Tampieri, presidente del Gruppo oli da semi di ASSITOL –. Il consumatore ne sa ancora poco, ma ci chiede produzioni sostenibili e italiane. L’altoleico va proprio in questa direzione”.

Non si tratta di un OGM, ma semplicemente di una diversa varietà dell’originale, ottenuta attraverso incroci di diversi ibridi. “A vederli sono identici – ha spiegato Paola Tampieri, responsabile Ambiente e Qualità del Gruppo Tampieri – quello che cambia è la loro composizione”. Oggi il 90% del girasole coltivato in Italia è rappresentato da questa varietà e, per il futuro, si prevede un ulteriore incremento. “A nostro avviso è necessario comunicare sempre meglio e sempre di più su questa coltura – ha sottolineato – conosciuta dagli addetti ai lavori, ma non dai consumatori”.

Secondo le stime dell’Associazione degli industriali, nel 2019 la produzione italiana di semi di girasole si è attestata sulle 270mila tonnellate: un risultato positivo, ma che non basta a coprire la domanda, interna ed estera. Del resto, il seme di girasole è alla base di numerosi filoni produttivi, che vanno dall’olio, apprezzato dall’industria alimentare e in ambito bakery, alle farine per uso zootecnico e alle oleine, fondamentali per l’industria oleochimica ed energetica, ad esempio per il biodiesel. “Nel nostro modello di sostenibilità, basato sull’economia circolare, dagli scarti, si ottiene energia ‘verde’, sia per l’autoconsumo sia per la rete elettrica esterna – ha aggiunto Tampieri – mentre l’acqua viene utilizzata per il raffreddamento degli impianti, evitando di attingere ad una risorsa primaria”. Dal seme, insomma, si può sviluppare un modello di economia circolare, che assicura basso impatto ambientale e riduce gli sprechi.

Ma la sostenibilità inizia dal campo, soprattutto per quanto riguarda la corretta gestione del suolo e delle risorse impiegate. Nella coltivazione dell’altoleico, si è quindi inserita l’innovazione tecnologica. Horta, azienda spin off dell’Università Cattolica di Piacenza, ha infatti sviiluppato un “Sistema di Supporto alle decisioni”, Girasole.net, che affianca gli agricoltori nella gestione razionale e sostenibile della coltura e nei trattamenti fitosanitari. “Non ci sostituiamo all’imprenditore o all’agricoltore – ha osservato Pierluigi Meriggi, presidente di Horta – ma, con l’aiuto delle nuove tecnologie, lo aiutiamo nel controllo dello stress ambientale, nell’impiego dell’energia, nella gestione dei fertilizzanti e di tutte le principali tecniche dell’attività colturale. In questo modo si risparmia su acqua ed energia, tutelando il suolo e garantendo la tracciabilità richiesta dalle aziende e dai consumatori”. Dai dati elaborati nel 2019, è dimostrato che l’utilizzo di questi sistemi di supporto decisionale (DSS) contribuisce ad aumentare le rese, oltre che diminuire il consumo di risorse e del suolo.

Con un sistema 4.0, il tecnico può quindi ottimizzare le risorse a disposizione, raccordando il lavoro sul campo con quello delle aziende.  “L’auspicio, come azienda e come associazione – è stata la conclusione del presidente del Gruppo oli da semi – è che, a fronte di una produzione di oleaginose deficitaria rispetto al fabbisogno dell’agroindustria, l’altoleico possa davvero rappresentare un contributo importante al rafforzamento del nostro settore”.